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Serial killer barbuti: i 5 più spietati di sempre

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Serial killer barbuti: i 5 più pericolosi al mondo

Vi siete mai chiesti se sia possibile uccidere una serie infinita di persone senza mai mostrare pentimento o addirittura perdere la calma? Beh, con questi 5  casi vi dimostreremo che non solo è possibile, ma che il più delle volte per gli assassini seriali la brutalità diventa sinonimo di normalità. Ad accomunare questi personaggi agghiaccianti un tratto estetico riconoscibile e per molti indispensabile: la barba. Alcuni fanno parte di epoche passate, lontane anni luce dalla contemporaneità. Altri invece sono attuali e spesse volte inghiottiti dall’onda mediatica della televisione e dei social media. I serial killer barbuti più pericolosi al mondo sono tanti e spietati, ma oggi ve ne presentiamo 5 che sicuramente vi lasceranno senza fiato. 

JOHN JOHNSON: 300 vittime e nessun pentimento (1824-1900)

Militare statunitense originario del New Jersey. Si narra che in realtà il suo vero cognome fosse Garrison, ma lo cambiò in seguito ad alcuni problemi avuti in esercito dopo aver percosso un ufficiale. Dopo l’accaduto il suo nome e cognome divenne John Johnson, e fu proprio con questo che sparse sangue e preoccupazione su tutto il territorio del Montana. Nel 1847 la moglie fu uccisa dalla tribù Crow composta da nativi americani spietati. Non riuscendo a reggere il brutto colpo iniziò una vendetta di circa vent’anni dove uccise più di 300 nativi. Di ogni uomo ne mangiò il fegato e proprio da questo particolare gli attribuirono il soprannome di Mangiafegato Johnson. Sulla sua vita è stato modellato il personaggio immaginario Jeremiah Johnson, protagonista del film western Corvo rosso non avrai il mio scalpo. Il suo stile, seppur ampiamente comune per l’epoca, lo ritrae con una barba lunga e voluminosa. Un abbigliamento tipico da boscaiolo con ampie camicie a quadri e stivali da cowboy.

serial killer barbuti

Albert Fish – l’Hannibal Lecter dei bambini 

Se c’è un modello in carne ed ossa che rappresenta al meglio la figura di Hannibal Lecter è il pericoloso serial killer Albert Fish. Vissuto nella New York degli anni ’20, il suo passato è stato contornato da eventi spiacevoli e drammatici. Una situazione familiare pesante dove non sono mancati abusi, violenze e dipendenze; ma oltre a questo un ricordo indelebile che più di tutti ha segnato la sua personalità e i successivi sbagli: la sua prostituzione quando ancora era un bambino. E poi la sua ossessione malata. Adorava cucinare e mangiare carne umana, soprattutto quella dei bambini. Nelle sue confessioni descriveva questa carne come qualcosa di idilliaco. Tenera, morbida e più saporita di tutte le altre. La giustizia americana lo condannò per l’uccisione di 6 bambini, ma in realtà molti suoi concittadini dell’epoca hanno sempre dubitato del numero, pensando invece fosse più alto. Tratti riconoscibili? Dei baffi bianchi a cui non ha mai voluto rinunciare. Nelle interviste con la polizia, Fish ha confessato: “Ho fatto uno stufato con le orecchie-naso-pezzi della sua faccia e del suo ventre. Metto cipolle, carote, rape, sedano, sale e pepe. È stato bello.” Poi aggiunse: “In circa due ore, era bello e marrone, cotto. Non ho mai mangiato un tacchino arrosto che avesse un sapore metà buono”. Decisamente uno dei serial killer barbuti più sconcertanti.

albert fish serial killer

Marco Mariolini – il cacciatore di anoressiche

Un antiquario di Pisogne con l’ossessione per le donne anoressiche. Secondo quest’uomo il peso ideale per una donna era di 33kg. Tutto ebbe inizio con Lucia, sua moglie. La donna era stata sottoposta a torture fisiche e psicologiche, regimi di denutrizione quasi impensabili. La donna era stata minacciata di dare il via a una strage di anoressiche se non avesse perso i kg che la separavano dal peso perfetto. Fortunatamente dopo anni di tristezza e violenze, con la nascita dei figli, Lucia riuscì a separarsi definitivamente dall’uomo sfuggendo per sempre da quell’incubo. L’uomo la definì “troppo cara” da essere risparmiata perché comunque madre di due creature aventi il suo stesso sangue. Così invece non fu per la successiva donna. Negli anni di solitudine (anni dove peraltro scrisse un libro autobiografico) pubblicò alcuni annunci sul giornale alla ricerca di una ragazza che rispecchiasse il suo ideale: una ragazza magrissima, ma non anoressica, no, perché le donne anoressiche sono “ingovernabili”. Rifiutano il sesso, sono instabili, dispotiche e fragili. Meglio una donna magra da portare al peso voluto con un’opera di persuasione, controllo e coercizione. All’annuncio, nonostante le inquietanti richieste dell’uomo, rispose una ragazza: Monica Calò. Non si comprese mai perché accettò quell’invito, ma tanti compaesani di Domodossola la descrissero come una donna sola, sempre triste e desiderosa di attenzioni che probabilmente non ha mai avuto. 

Dopo vari tentennamenti Monica andò a vivere da Marco, inconsapevole che con quella scelta dovette rinunciare a qualsiasi contatto col mondo esterno. Un giorno l’uomo la portò fuori a cena costringendola a guardarlo mangiare mentre lei di fronte a sé aveva il piatto vuoto. La cena si trasformò in una tragedia dopo che Monica si permise di ordinare un piatto di gnocchi. La ragazza corse in cucina con il piatto tra le mani trangugiando il cibo come fosse acqua, ma Marco la raggiunse e la colpì con un ceffone al viso. Poi la trascinò al tavolo per terminare la cena, tra l’incredulità della gente che, tuttavia, non fece niente per aiutare la giovane ragazza. Tornati a casa, Monica fu obbligata a restare nuda, al freddo, accanto al letto. Ma quella notte, dopo l’ennesima umiliazione, Monica prese un martello e colpì Marco alla testa provocandogli un lieve trauma cranico. Scioccata ma cosciente subito dopo andò dalla polizia e si autodenunciò. 

Questo fu uno dei momenti salienti per la donna, perché a seguito dell’allontanamento iniziò a comprendere il peso delle violenze subite. Nello stesso periodo Marco riuscì a terminare il suo libro e lo pubblicò con la casa editrice Edicom. La separazione tra i due compagni durò giusto qualche mese fino a quando l’uomo non invitò la donna per una semplice chiacchierata, con l’obbiettivo invece di riconquistarla. Alle richieste dell’uomo, lei oppose un netto rifiuto e, quando le richieste si fecero più insistenti, Monica decise di uscire dall’auto e andar via. Marco la prese per un braccio, la trattenne e, colto dalla lucida certezza che sarebbe stato tutto inutile e che lei non sarebbe tornata, tirò fuori un coltello e la pugnalò: non una, ma due, dieci, ventidue volte. Nonostante i soccorsi, Monica muore, mentre Marco tenta un’improbabile fuga a nuoto che però non lo salvò dal carcere. Catturato, verrà condannato a 30 anni per omicidio premeditato. Nelle interviste in prigione si presenterà con il volto con mezza barba.

Karl Denle AKA The Forgotten Cannibal

Non sappiamo tantissimo di lui se non che dai primi del ‘900 fino agli 20 quest’uomo brutale e spietato uccise una serie infinita di viaggiatori. Nato nel 1860 nel Regno di Prussia, che ora fa parte della Polonia, Karl Denke fu il primo dei moderni serial killer. E se è vero che la maggior parte degli assassini collezionano alle spalle infanzie travagliate e drammi familiari, beh su Karl la situazione non è così disastrosa. Famiglia umile ma economicamente perbene rispetto alla povertà dell’epoca. Genitori apparentemente innamorati e una casa tutto fuorché cadente. Inizialmente essendo molto giovane si diede al giardinaggio ereditando una porzione di fattoria dal padre, ma il successo non bussò alla porta. Continuò la sua vita dedicandosi a lavoretti saltuari e godendo l’apprezzamento di tutto il paese che lo definiva “uomo buono, saggio e dolce”; mai nessuno avrebbe immaginato che quel corpo era formato da due personalità estremamente opposto. La sua carriera da sirial killer barbuto durò vent’anni, e a differenza della maggior parte degli assassini lui si prendeva talmente tanta cura di loro prima di ucciderli che inizialmente veniva scambiato per la versione polacca di Robin Hood. Il 20 dicembre 1924, Denke venne arrestato dopo aver ferito con un’ascia un vagabondo che aveva ospitato in casa sua. La sua casa nella quale ospitava i più bisognosi (persone povere, senza fissa dimora e donne sole) tempo dopo fu soprannominata House of Horrors. La polizia che perquisì la dimora dopo l’arresto di Denke trovò parti umane (carne sotto sale, pelle, grasso e denti in grossi recipienti), bretelle, lacci fatti in pelle umana e un registro contenente i dettagli di alcune decine di persone che aveva assassinato e cannibalizzato nel corso degli anni.

Luis Alfredo Garavito – il serial killer delle fosse comuni

Per molti il peggior serial killer della storia. Luis Garavito nasce in Colombia, dove tra il 1992 e il 1999 uccide circa 200 persone, soprattutto bambini tra gli 8 e i 16 anni. Travestendosi da prete, Garavito otteneva la fiducia dei più giovani, prima di torturarli e abbandonarli in fosse comuni. Questa terribile storia cominciò nel 1997 con la scoperta da parte dei poliziotti colombiani, nei pressi della città di Pereira, di una fossa comune contenente venticinque tra bambini e ragazzi orribilmente mutilati.

All’inizio furono considerati vittime di una setta satanica, tuttavia il loro ritrovamento innescò una tale paura nella popolazione che le autorità di polizia organizzarono una task force nazionale incaricata di catturare i colpevoli di un simile massacro. Col procedere delle indagini, fu sempre più chiaro per gli investigatori che l’eccidio non era stato per mano di un gruppo, bensì di un singolo serial killer tra i più prolifici mai nati. Il cerchio intorno a Garavito cominciò a stringersi sempre più, finché nel 1999, la polizia riuscì ad arrestarlo per un tentato stupro nella cittadina di Villavicencio.

A consegnarlo alla giustizia furono le testimonianze di due persone comuni, un senzatetto e un tassista. Il primo diede una perfetta descrizione dell’uomo che aveva tentato di violentare un bambino scampato per pura fortuna a una fine orrenda, mentre il secondo collegò quella descrizione allo stesso uomo, Garavito appunto, che aveva visto interessarsi troppo alla piccola vittima. La polizia non perse tempo, provvedendo immediatamente all’arresto. Quando venne arrestato confessò con un pianto “liberatorio” 172 omicidi, anche se poi col tempo e varie ricerche del caso diventarono 200. Durante il processo -nonostante varie tendenze suicide e pedofile – non gli venne dichiarata l’infermità mentale, ma anzi la legge colombiana stabilì la chiara lucidità di intendere e di volere, e per questo la sua pena si riassunse in 1.853 anni di carcere da scontare. Come molti serial killer barbuti anche lui amava portare i baffi lunghi e folti (scopri come ricrearli in poche semplici mosse)

Luis Garavito

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